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    Cronache da Genova, la Stalingrado d'Italia

lunedì 21 maggio 2012

Doria, un miliardario comunista a Tursi

Genova ha il suo nuovo sindaco. Anzi, un genovese su cinque ha il suo nuovo sindaco. Gli altri quattro si arrangino. Perché Marco Doria è stato eletto con il più basso numero di voti mai visti: 114mila su 503mila disponibili. E soprattutto perché la sua prima dichiarazione è stata quella di prendere le distanze dai concittadini nemici: «Ringrazio tutti quelli che mi hanno votato
e tutte quelle migliaia di persone che mi hanno sostenuto fin dalla candidatura alle primarie». Una frase incompleta? Macché, il neo sindaco conferma esattamente quel che voleva dire: «Un intellettuale che stimo, Maurizio Maggiani, mi ha chiesto di non dire la solita frase banale sul fatto di essere il sindaco di tutti - ribadisce - voglio rassicurarlo. Non sarò il sindaco di tutti». Sul fatto che, come i suoi predecessori a Tursi da cinquant'anni a questa parte, fara' gli interessi solo di chi appartiene alla mafia rossa c'erano ben pochi dubbi, ma almeno i vari Vincenzi, Pericu, Sansa, Cerofolini, avevano avuto il buon gusto di salvare le apparenze dichiarandosi sindaci di tutti i genovesi e non solo dei loro compagni di merende.
Ieri le urne lo hanno tranquillizzato regalandogli una vittoria con il 59,7% contro il 40,3% del suo sfidante Enrico Musso. Ma gli hanno anche fatto presente che dovrà governare ben sapendo di essere fin da subito il sindaco meno amato dai cittadini. Mai nessuno infatti aveva portato il centrosinistra così in basso da queste parti. I precedenti elettorali dicono che Beppe Pericu, nel 2002, era diventato sindaco con 210mila voti; che Marta Vincenzi era scesa a 158mila e che ieri Marco Doria è riuscito persino a far peggio di se stesso, chiudendo a 114.245 voti. Cioè 13.194 in meno di quelli raccolti due settimane fa.
Ignoranti: «Mio padre Giorgio fu diseredato dalla famiglia quando si iscrisse al partito comunista». Lo chiamavano il «marchese rosso», non a caso, e giù a ricordare con vanto i tempi in cui papà suscitò scandalo nella Genova bene, e non tornò sui suoi passi neppure quando i suoi congiunti lo attaccarono per una scelta ideologica e di vita lacerante rispetto alle origini aristocratiche e liberali.
Buon sangue non mente e infatti è da papà che Marco ha preso tutto. Il mancato titolo, e gli immobili. Tanti: ventuno per l’esattezza. Cinque negozi, un garage, un magazzino, tredici appartamenti e un immobile a destinazione speciale. Tutti nelle vie e nei quartieri più prestigiosi. Un appartamento di 10 vani, più tre garage e un negozio in via Ageno Bombrini a Sampierdarena, la sola strada nobile di quello che per il resto è un quartiere popolare, intitolata al commendatore e senatore che guidò la Banca del Regno d’Italia. Un appartamento di 8 vani in via Montallegro, due di 10 e 4 vani in via Franzone, uno di 5,5 vani in via Zara, e cioè nelle tre vie più belle della collina di Albaro, che si arrampica alle spalle del lungomare e che i genovesi semplicemente chiamano «la zona dei ricchi».
E poi il gettonatissimo centro storico: tre negozi in vico del Ferro, un appartamento di 17,5 vani in vico della Chiesa della Maddalena, dove possiede anche un negozio e un laboratorio magazzino da 218 metri quadri.
Ma su tutto corso Garibaldi, già Strada Maggiore e poi via Aurea, che ospita magnifici palazzi dagli interni affrescati e che fa parte del Patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Per la maggior parte, gli immobili, ereditati da papà Giorgio, «testamento olografo» dicono le visure, e suddivisi fra i fratelli Doria, Marco, Clemente e Giuliano, e la di loro madre Nora Adele Goldschmiedt.
Un patrimonio che sul mercato vale oltre 30 milioni di euro, ammesso di poter dare un valore a palazzi come quello al civico 6 di via Garibaldi, che sarà il caso ma si chiama Palazzo Doria, nel quale Marco e famiglia possiedono il piano terra che ospita la Banca Carispezia, l’ammezzato, il primo e il secondo piano occupati dal Circolo Tunnel, e poi un appartamento di 14 vani al terzo piano e quattro appartamenti al sesto, uno dei quali di 16,5 vani. Tanto per dire: il circolo Tunnel, classificato come D8, e cioè immobile a destinazione speciale, ha una rendita catastale di diconsi 79.200 euro, contro i 1988 euro del pur prestigioso appartamento di 14 vani al terzo piano.
Ogni anno, il Tunnel paga un affitto di 120mila euro. Poiché la proprietà è suddivisa in sesti, Clemente che ne ha i tre sesti ne incassa 60mila, agli altri tre componenti della famiglia vanno 20mila euro a testa. Sul totale del valore di mercato degli immobili (nove di sua proprietà, gli altri suddivisi in sesti), il Doria candidato alla fine, se vendesse tutto, potrebbe contare su 10-12 milioni di euro. Fosse un vero comunista, di quelli che la proprietà privata è un furto, Genova avrebbe risolto metà dei suoi problemi. Del resto, se fosse un compagno vero, Marco forse avrebbe cambiato la categoria catastale di almeno uno dei suoi appartamenti in A1, categoria di lusso, e invece sono tutti ordinari se non popolari, alcuni addirittura in A10, cioè senza bagno o riscaldamento.
Lui, tanto per non fare il figlio di cotanto papà, la casa dove vive se l’è comprata. Trattasi di 17,5 vani su due piani, rendita catastale 4.699,76 euro, che significa un valore ai fini fiscali di 775.460 euro, e un sul mercato di oltre un milione. Categoria A 2, ordinaria, vabbè. Ubicato in vico della Chiesa della Maddalena, uno dei preferiti dai radical chic che vogliono ostentare la propria appartenenza al popolino.
Un altro appartamento che Marco si è comprato da sé è in piazza della Maddalena, 6 vani con una rendita catastale di 906 euro che il compagno professore ha diviso in due appartamenti da tre vani. Mentre i 10 vani di via dei Franzone 2, in Albaro, li ha comprati con la moglie: in separazione dei beni, che va bene il comunismo, però ciò che mio è mio. Del resto, a Marco i soldi non mancano, ché oltre alla docenza universitaria è stato nel Cda di Filse, la Finanziaria della Regione, vicepresidente di Liguria ricerche, consigliere di Cooperfidi ed è tuttora nel Cda della Urban Lab Genoa International School.
Le colpe dei padri non ricadono sui figli. L’eredità sì. Ditelo a don Gallo il prete dei diseredati, che al diseredato marchese arancione mette a disposizione un locale della sua comunità di San Benedetto per la campagna elettorale. Dice un proverbio genovese: «O cù e i dinê no se mostran a nisciun».
Sì, perché pagare l’Imu, per Doria che si vede già sindaco, è ancor più bello se lo fanno solo gli altri. Lui, il marchese rosso dalle 21 case, prova anche a dire che non se sa nulla, che i conti glieli tiene qualcun altro. Ma non può certo negare che la stangata sulla casa intanto non la pagherà cara, non la pagherà tutta.
Prima l’elenco delle case possedute alla faccia dei diseredati che dice di voler difendere, poi la scoperta più imbarazzante riportata dall’edizione ligure dello stesso Giornale: Marco Doria è proprietario con i suoi familiari di palazzi storici vincolati dalla Sovrintendenza. Autentici gioielli dell’architettura che godono per legge di un abbattimento dell’Imu pari al 50 per cento. Insomma, l’aspirante sindaco pagherebbe la metà rispetto ai suoi concittadini.
Non solo. Il professore di Storia che nelle primarie del centrosinistra ha spinto verso l’estinzione i dinosauri del Pd, si è fatto pure un ulteriore sconto. E ora sullo stesso Secolo XIX ci sono nuove prove, sottoforma di visure catastali che dimostrano come appena un mese fa, il 30 marzo scorso per essere precisi, l’agenzia del territorio abbia accolto modifiche dei dati catastali che consentiranno ai proprietari di Palazzo Doria di sborsare ancora meno del poco già previsto.
La pratica era iniziata l’estate scorsa, quando già Doria probabilmente scaldava i motori per lo sprint vincente in politica. Cinque modifiche fondamentali hanno permesso di cambiare le destinazioni dei locali del bellissimo palazzo nobiliare che sorge esattamente di fronte alla sede del Comune di Genova. In buona sostanza, se prima gran parte dell’immobile che ospita anche sedi di banche era segnalata come «commerciale» (categoria D8) oggi è indicata come C4, sigla riservata agli spazi che ospitano circoli sportivi e ricreativi. Una caratteristica che consente un abbattimento della rendita catastale, non certo della rendita economica. Perché è vero che il palazzo ospita un circolo, ma in questo caso si tratta dell’esclusivissimo circolo «Tunnel», riservato ai soci più facoltosi della città. E i Vip, per entrare nella dimora del candidato degli «ultimi», oltre ad indossare rigorosamente la cravatta, devono scucire quote salatissime. Che servono a pagare l’affitto annuale di 120mila euro. Quel che più conta però è che i Doria (adesso continueranno a incassare tutti gli affitti (e quello del «Tunnel» non è appunto l’unico) ma pagheranno un’inezia di Imu. Alla faccia della torchiatura del governo Monti, ma soprattutto alla faccia di chi per versare la supertassa sulla prima e unica casa si giocherà mezzo stipendio. I conti sono presto fatti. Sulla base dei precedenti accatastamenti, Palazzo Doria avrebbe pagato circa 39mila euro di Imu, valore però dimezzato perché dimora storica tutelata. Con il cambio di destinazione invece, anziché subire la bastonata governativa, pagherà addirittura meno di prima: 22mila euro da scontare a 11mila.
Oltre ad avere l'appoggio della Genova radical chic, naturalmente in cambio di favori gentilmente offerti dalla collettivita', il compagno Doria ha anche l'appoggio dei cosiddetti preti di strada, personaggi che gran parte del mondo cattolico non capisce come possano essere tollerati dalle gerarchie ecclesiastiche. Don Paolo Farinella, parroco della chiesa di San Torpete. Personaggio ormai noto alla platea genovese per i continui attacchi alle gerarchie ecclesiastiche e a Silvio Belrusconi da sempre dipinto come il male assoluto, mai come con Marco Doria si era spinto così tanto in avanti scambiando il pulpito per il palchetto di un comizio da piazza.Conoscendo il personaggio in molti hanno pensato si trattasse solo dell'ennesima sfida all'Arcivescovo contro il quale non ha mai lesinato critiche. Si è pensato anche all'ennesima volontà di andare contro il berlusconismo che Farinella da anni combatte. O, più semplicemente, ad una presa di posizione scaturita da simpatie ed affinità politica con il docente di storia della facoltà di Economia. C'è tutto questo, e forse anche qualcosa di più.
Uno scambio di cortesie tra i due visto che la Compagnia di San Paolo, nella quale Marco Doria ha fatto parte fino a poche settimane fa come membro del consiglio d'amministrazione, ha finanziato la VI edizione dei «Concerti di San Torpete» per la stagione 2011-12. Sedici appuntamenti musicali calendarizzati da settembre e fino al prossimo giugno che hanno come location proprio la parrocchia di don Paolo in piazza San Giorgio. Eventi musicali curati dallo stesso sacerdote e inseriti nel programma di finanziamento 2011 di «Arti sceniche in Compagnia», promosso dalla Fondazione della banca San Paolo.
«Non si tratta di una insinuazione ma semplicemente di un dato di fatto - spiega Enrico Musso, candidato sindaco che dal parroco di San Torpete è stato anche insultato proprio durante le prediche pro Doria -. Mi limito a commentare che questa situazione rende più plastica la posizione espressa dal sacerdote rispetto all'appoggio espresso a Marco Doria». Un appoggio che Musso continua a considerare inopportuno perch´ fatto nell'esercizio del proprio ministero: «Penso che Farinella sia una brava persona ma si è fatto prevalere dal fuoco di questo sostegno a mani bassi: ritengo il concetto di dare orientamenti come ministro di un culto sia profondamente sbagliato». Non solo opinioni a favore del candidato sindaco del centrosinistra ma anche attacchi diretti a Musso e Pierluigi Vinai definiti espressione del partito del cemento: «Le cose dette da Farinella sul nostro conto vanno anche oltre la semplice querela. Ma ho rispetto per l'abito che porta più di quanto ne abbia lui stesso».
Se il buongiorno si vede dal mattino, allora possiamo tranquillamente prepararci a rimpiangere la Vincenzi, il che e' detto tutto.

3 commenti:

  1. Aldo Groppallo4 giugno 2012 11:10

    Iniziamo bene, come facilmente prevedibile, il marchese rosso nomina assessore il presidente di Datasiel Oddone, il quale non ci pensa nemmeno a lasciare l'incarico (ovviamente ottenuto per meriti.... politici in quota sel, ed altrettanto ovviamente non capendo una mazza di informatica). Che pena, che schifo e che tristezza!

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  2. Continuamo anche peggio con la compagna Lanzone neoassessore che non vuole mollare la poltrona di dirigente ASL ottenuta sicuramente per grandi meriti.... AH,AH,AH. Non so se mi fanno piu' pena questi pagliacci o i poveracci che li hanno votati!

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  3. Questo riccone comunista e' l'emblema della miseria umana che domina la nostra citta' da sessant'anni a questa parte. Figlio di papa' che grazie alle rosse amicizie riesce ad ottenere posti di prestigio pagati profumatamente. Basti pensare alla cattedra di storia dell'economia ottenuta senza alcun titolo. Infatti il marchese rosso e' laureato in lettere e ovviamente non capisce una mazza di economia, o quasi. Assegnare la cattedra di storia dell'economia ad uno che non ha fatto studi economici e' una follia e poteva accadere solo nell'unica universita' in Italia che ha al suo interno una sede ANPI. Naturalmente non c'erano all'interno della facolta' di economia competeze e profili adatti e cosi' si sono presi uno laureato in lettere. Ma nella "DEMOCRATICA" Genova funziona cosi', amen!

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