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    Cronache da Genova, la Stalingrado d'Italia

sabato 11 giugno 2011

Sinistra e referendum, semplicemente ridicoli

Il Pd quale? Quello che fa il referendario o quello che si è venduto l’acqua pubblica? La sinistra quale? Quella che fa le marce, i flash mob, appende le bandiere ai terrazzi per i tre «SI», oppure quella che ha deciso che i cittadini genovesi perdessero per sempre la proprietà della loro acqua? Lo stesso Pd/Ds, la stessa sinistra. Perché è roba di otto anni fa, mica si parla di secoli addietro.

Bisognerebbe far sapere agli italiani chi è che si straccia le vesti in nome del referendum per mantenere l’acqua «pubblica». Sono gli stessi che hanno fatto l’unica, vera privatizzazione dell’acqua. Cioè quelli che fanno credere che senza quorum l’acqua sarà nelle mani di qualche sanguisuga privata e non dicono di averla già data loro ai privati. Anzi, al privato più privato che ci sia, cioè la Borsa. E questi signori non sono lontanissimi, sono qui a Genova. Sono quei consiglieri che hanno sostenuto il sindaco Beppe Pericu quando ha deciso, nella seduta del 3 giugno 2003, di vendere tutto ciò che di pubblico riguardava l’acqua a Genova. Sono quei partiti che oggi fanno finta che sia il governo a voler rubare l’acqua a tutti.
I nomi sono lì, fissati su quella delibera che diede il via libera alla cessione della diga del Val Noci, della diga del Brugneto (compresa la strada di collegamento della diga con la località Santa Maria del Porto), le opere idrauliche fisse di captazione (derivazioni – pozzi), l’impianto di filtrazione Brugneto; l’impianto di filtrazione del Val Noci; l’impianto di filtrazione civico, le Condotte forzate per il servizio di energia elettrica, la centrale idroelettrica della diga; la centrale idroelettrica Canate, la centrale idroelettrica Torre Quezzi. Tutto per «pochi» euro. In tutto 12 milioni e 38mila euro chiesti all’Amga per fare in modo che i cittadini genovesi non fossero più proprietari della loro acqua.I nomi, appunto, sono quelli di coloro che oggi fanno i referendari. C’era l’attuale sindaco Marta Vincenzi, allora assessore alle Infrastrutture, presente alla seduta e componente di quella giunta che preparò la vendita.
C’erano, tra gli altri assessori, Alberto Ghio, Luca Borzani, Anna Castellano, Luca Dallorto, Giorgio Guerello, Claudio Montaldo, Rosario Monteleone, Dante Taccani, Paolo Veardo. C’erano Verdi e super rossi, c’era la più battagliera delle consigliere, Cristina Morelli - dei Verdi appunto -, e c’erano tutti i compagni duri e puri della sinistra più radicale.
Votarono tutti a favore, con l’unica eccezione di Laura Tartarini, che preferì la coerenza, accettando di votare contro, e pazienza se nell’occasione si trattava di dare ragione ad An, Forza Italia, Lega e Liguria Nuova. Per la verità Rifondazione non votò a favore, ma fece quello che oggi dice ai cittadini di non fare assolutamente: evitò di votare. Che allora come oggi, significava schierarsi per la privatizzazione dell’acqua.
«Ricordo benissimo quella delibera - conferma tutto Beppe Costa, allora capogruppo di Forza Italia in Sala Rossa - Tutti coloro che oggi fanno la battaglia per il “SÌ” sono in realtà quelli che fecero la privatizzazione. Anche quella volta i nostri interventi non vennero presi in considerazione. I nostri allarmi rimasero inascoltati. Rifondazione era in grossa difficoltà, ma pensò agli interessi di parte, pensò a salvare la giunta e la maggioranza, scegliendo la fuga, l’astensione. I loro principi restarono parole al vento».
Da notare anche un passaggio di quella delibera, che sembra quasi un tentativo di «giustificarsi», di provare a mettere paletti inesistenti. L’atto approvato infatti imponeva di «impegnare la civica Amministrazione a conservare nel tempo quote di capitale in Amga Spa ed in Spim Spa in misura tale da mantenere direttamente o indirettamente la maggioranza delle azioni di Amga Spa e con essa la destinazione a servizio pubblico delle infrastrutture e degli impianti ceduti».
Mantenere la destinazione a servizio pubblico, non la proprietà. Peccato che oggi la destinazione a servizio pubblico degli acquedotti sia fuori discussione, ma i referendum annunciano proprio la difesa della «proprietà» pubblica dell’acqua.
Oggi il Comune di Genova sarà persino orgoglioso se al Berio Café, il bar della biblioteca pubblica, si fa propaganda a favore dei referendum, esaltando il voto di scambio: chi vota il referendum beve gratis. O se altri regalano libri a chi mostra il timbro dei seggi. Ma quel Comune, è mica lo stesso Comune di Genova protagonista della fusione che ha dato vita alla più grossa società per azioni quotata in Borsa che ha in mano la nostra acqua? L’accordo Iride-Enia chi l’ha inventato, fatto, voluto? Chi ha portato in eredità prima a Iride, ora a Iren ciò che Pericu aveva venduto alla capostipite Amga, e cioè le dighe, gli acquedotti, i pozzi, le centrali idroelettriche dei genovesi? Sì, è proprio l’ex assessore di Pericu e oggi sindaco Marta Vincenzi che ha firmato insieme ai suoi colleghi di Torino, Parma, Piacenza e Reggio Emilia la fusione che ha dato vita al colosso dell’acqua privatizzata. Cioè al più grande «nemico» dei referendari. Con una piccola differenza. Che Sergio Chiamparino, uno dei più apprezzati esponenti del Pd e primo cittadino di Torino ai tempi della fusione, ha onestamente dichiarato che voterà «NO» ai quesiti sull’acqua, cioè sarà coerente con se stesso e anzi annuncia che «quel referendum va sconfitto. Spero che il Pd se ne renda conto».

1 commento:

  1. La solita pagliacciata della sinistra nostrana, con tanto di servi sciocchi che gli vanno dietro.

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